di Rocco Catalano – Tra le pieghe di Vinitaly 2026 si continua a camminare in equilibrio tra la necessità di esserci e il dubbio che esserci basti ancora. È una liturgia laica che si rinnova, un rito collettivo dove il vino continua a essere linguaggio, scambio, identità.
Si arriva a Verona con il passo incerto di chi cerca risposte più che conferme, con quello stato d’animo sospeso, che è insieme scetticismo e desiderio. Scetticismo per ciò che il settore mostra da tempo – crepe evidenti, linguaggi consumati, mercati incerti. Desiderio, invece, di ritrovare una comunità, di rimettere in circolo idee, visioni, relazioni. Perché, nonostante tutto, il vino resta ancora uno degli ultimi spazi in cui l’incontro ha un senso pieno.

E in questo momento di caos mondiale totale, succede qualcosa. I capannoni – enormi, grigi, apparentemente senz’anima – diventano rifugio, una bolla necessaria dove ripararsi per trovare spazi di felicità, di speranza e spensieratezza mentre fuori il mondo si contrae, si agita, si incattivisce tra crisi geopolitiche e tensioni globali; dentro per un po’ si sospende il tempo. Si assaggia, si parla, si ascolta. Ci si riconosce.
Nonostante tutto sotto la superficie della festa, si avverte, comunque il magone e questa “stranizza” non mi molla. Talvolta la si percepisce nei volti, negli sguardi dei vignaioli. Anche di quelli che fino a pochi anni fa incarnavano sicurezza, solidità, traiettorie chiare. Oggi sono più attenti, più accorti.
D’altronde i dati raccontano una trasformazione profonda: i consumi globali sono in flessione, nei principali mercati maturi – Italia compresa – si beve meno e in modo diverso, i consumi mondiali sono scesi sotto i livelli pre-pandemici, mentre cambia radicalmente la geografia della domanda. I giovani, in particolare, si allontanano da un consumo quotidiano e rituale per avvicinarsi a un approccio più episodico, meno codificato, più libero. Probabilmente è anche per questo la mixology ha un hype maggiore. Non è una crisi semplice, è una mutazione. E come ogni mutazione, genera smarrimento.
E qui si apre una frattura culturale prima che commerciale. Il linguaggio del vino – quello che per decenni ha costruito autorevolezza e desiderio – oggi appare, in molti contesti, stanco. Non perché abbia esaurito il suo senso, ma perché ha smesso di dialogare. La narrazione si è fatta autoreferenziale, incapace di intercettare nuovi immaginari. Veronelli oggi, probabilmente, avrebbe parlato di una “deriva burocratica del gusto”, che ha smarrito la sua tensione culturale, di una perdita di tensione etica e poetica insieme, la sua capacità di essere racconto del mondo e non solo prodotto da vendere. A questo si aggiunge una campagna di demonizzazione assoluta del vino e chissà perché non per lo Spritz ed il Gin Tonic (per dirne una).
In questo vuoto e confusione si inseriscono le nuove tendenze, alcune fisiologiche, altre più controverse. Il vino dealcolato – ormai presente nei cataloghi di grandi distributori – è il simbolo più evidente di questa fase. Non tanto per ciò che è, ma per ciò che rappresenta: un tentativo di rincorrere il mercato più che di interpretarlo. Una risposta industriale a una domanda culturale ancora poco compresa. Il rischio è che, nel tentativo di allargare il pubblico, si finisca per svuotare il senso stesso del prodotto senza aver compreso fino in fondo la domanda culturale che con tutta probabilità vorrebbe e potrebbe emergere.
Così, mentre il cammino è affaticato e sbrigativo tra appuntamenti, qualche assaggio e riassaggio, ti accorgi che molte conversazioni restano in superficie. Frasi retoriche che si rincorrono: “c’è meno gente”, “si beve meno”, “Vinitaly è diventato pesante”. Luoghi comuni che galleggiano senza mai affondare davvero nel problema che sembra rimanere lì a tenere bloccato ogni slancio.
Il linguaggio del vino si è irrigidito. Ha perso presa e non perché manchino contenuti, ma perché è venuta meno la capacità di renderli vivi, necessari, desiderabili.
Intanto, i costi aumentano a causa di questa follia globale che nel frattempo stiamo vivendo, ma negli anni è anche vero che partecipare al Vinitaly è diventato sempre più impegnativo, soprattutto per le piccole e medie cantine. E il confronto con altre manifestazioni internazionali e nazionali si fa inevitabile: più selettive, alcune più orientate al business, altre ai nuovi wine lovers che si rivelano leggermente più efficienti sul piano commerciale.
E quindi il Vinitaly resta sospeso, ma nonostante tutto è ancora una festa necessaria per tutto il settore, lo capisci nonostante la stanchezza che si accumula ma il ritmo non si spegne. I corridoi diventano traiettorie imprevedibili, gli incontri si moltiplicano, il tempo si dilata. Si passa da uno stand all’altro, da un bicchiere a una conversazione, da un invito a cena e uno in cantina. Alcuni personaggi si muovono come in un teatro diffuso: eccentrici, riconoscibili, a tratti surreali. Il Vinitaly è anche questo: un grande racconto umano. Perché tiene insieme una comunità che continua a cercarsi, come una tribù che balla mentre fuori il mondo resta in disordine come una maionese impazzita.
E forse è proprio qui la sua forza.
Ma, finita la festa, restano le domande. Cosa ci lascia davvero di questa edizione? Dove sta andando il settore? E soprattutto: come può una manifestazione come Vinitaly tornare a essere non solo centrale, ma necessaria?
Le risposte non possono essere semplici. Ma alcune direzioni appaiono chiare. Proviamo con alcuni spunti:
Il primo è una ridefinizione del format: meno dispersione, meno giorni. Più spazi di confronto reale tra produttori, buyer e comunicatori?
La seconda riguarda il linguaggio: serve una nuova grammatica del vino, capace di parlare ai giovani senza banalizzare, di raccontare senza semplificare, di emozionare senza diventare caricatura?
La terza è economica: ridurre i costi di accesso per le aziende, o almeno ripensarne il modello, è ormai imprescindibile?
Infine, la più difficile: tornare a pensare il vino come fatto culturale e politico, non solo commerciale. In un mondo che cambia, il vino può ancora essere un atto di resistenza, un gesto di identità, un modo per stare insieme. Ma solo se chi lo racconta – e chi lo produce – avrà il coraggio di rimettere in discussione tutto.
Vinitaly oggi più che mai è uno specchio. Non sempre indulgente ma necessario. Perché dentro quei capannoni non si misura solo lo stato del vino, ma quello di una cultura intera.
E allora la domanda potrebbe essere non se Vinitaly serva ancora. La domanda che propongo è: siamo ancora capaci di servirci del vino per capire il mondo? o ci limitiamo ormai a berlo per dimenticarlo?
Intanto, parafrando il jingle di Sanremo, direi: Perché Vinitaly è sempre Vinitaly.
