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Passi che fanno ritornare: il Cammino Minerario di Santa Barbara

di Domenico Basso  – Certe storie non iniziano da un sentiero, ma da una ferita. E poi, passo dopo passo, diventano strada.

Quella che Nicola racconta ha un ritmo lento, profondo. È la storia del Cammino Minerario di Santa Barbara, in Sardegna. E non è solo un cammino. È un ritorno. 

Tappa-da-Buggerru-a-Portixeddu-spiaggia-di-Portixeddu-ph credit@Fabrizio-Ardito

«Nasce da un gruppo di ex minatori» racconta. «Persone che prima hanno studiato il territorio sulle carte e poi lo hanno percorso davvero, andando a recuperare tutti i sentieri». È un’origine che dice già tutto: uomini che quel territorio lo conoscono davvero, perché lo hanno vissuto sottoterra, nella fatica e nel silenzio delle miniere, e che hanno deciso di riportarlo in superficie trasformandolo in cammino. 

Ne esce un anello di circa 500 chilometri, suddiviso in 30 tappe, nel cuore del Sulcis Iglesiente e del Guspinese. Un territorio straordinario, ma per lungo tempo ai margini. «È un territorio fantastico, che non ha ancora una vera vocazione turistica, se non lungo le coste. Il cammino permette di far conoscere l’interno, mantenendo lontane altre forme di turismo più invasive». 

Carbonia

Ma per capire davvero questo progetto bisogna tornare a quando la luce nelle miniere si è spenta. «Dove non c’era la luce c’era il pane. È sempre stata così la vita dei minatori». Lo diceva Giampiero Pinna, fondatore del Cammino, morto nel 2022. Minatore, poi dirigente minerario e infine consigliere regionale, quando cessarono le estrazioni e centinaia di lavoratori rischiarono la miseria, scese sottoterra e vi rimase per un anno, deciso a non risalire fino a quando il Parlamento, che continuava a rinviare, non avesse approvato il progetto del Parco geominerario, avviando la
bonifica ambientale del territorio. Era l’anno 2000. «Gli anni sono passati» diceva guardando alla storia delle miniere «ci siamo dovuti adattare a esplorare l’esterno e abbiamo compreso che il più grande giacimento è il paesaggio». 

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Non più il sottosuolo, dunque, ma la superficie. Non più il minerale, ma il territorio. «Grazie all’aiuto dei Comuni e della Regione abbiamo recuperato edifici minerari dismessi e li abbiamo messi a disposizione dei camminatori. Le posadas nascono così» spiega Nicola. Un lavoro concreto che tiene insieme memoria e futuro. 

E i risultati si vedono: «Abbiamo iniziato con poche decine di persone; poi ne sono arrivate 150, poi 400: l’anno scorso erano quasi quattromila». Ma più dei numeri contano le persone. «Ogni anno ci sono sempre più giovani». Giovani che tornano, restano, costruiscono. «C’è chi ha preso un furgoncino per il trasporto bagagli, chi ha aperto una struttura, chi accoglie i pellegrini». 

E poi c’è la sua storia. Nicola è stato all’estero per anni. Due tentativi di rientrare, senza riuscirci davvero. Poi, poco prima di ripartire, gli amici gli propongono il cammino. «L’ho fatto tutto, trenta tappe. Era il periodo del Covid, non lo conosceva quasi nessuno». Qualcosa cambia: «Ho capito quanto era bello e quante potenzialità aveva». Decide di restare. Oggi accoglie i pellegrini, li accompagna, racconta. 

dune San Nicolò

Intorno al cammino è nata una comunità: una ventina di persone direttamente coinvolte e molte di più nell’indotto. Ex minatori che raccontano, giovani che costruiscono, pellegrini che arrivano. «Questo è un cammino che rimane in contatto con il pellegrino. Chiediamo sempre un feedback, vogliamo migliorare. E pretendiamo un’accoglienza autentica». 

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Qui non si attraversa solo un paesaggio. Si entra in una storia. «La cosa più bella è aiutare le persone a vedere un territorio incredibile, e altre persone a poter vivere nel loro territorio». 

Forse è questo il senso più profondo del camminare: non solo partire, ma, ogni tanto, trovare un modo per restare.

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