di Riccardo Lagorio – Certo, lo spettacolo che si gode in Val di Non durante il periodo della fioritura dei meli, tra aprile e maggio, attira migliaia di persone, ma questa valle del Trentino incastonata tra la Val d’Adige, la Val di Sole e l’altoatesina Val d’Ultimo merita di essere visitata durante tutto l’anno. E il filo conduttore non sono (solo) i meleti, ma il fuoco, il calore, il fumo.

Può sembrare una proposta eccentrica, eppure questo è il filo conduttore del viaggio che si addice a questi borghi sparsi tra i Monti Anauni e le Dolomiti di Brenta dove imperano la lentezza e la quiete. E, se proprio si vuole trascorrere qualche giorno immortalando le colline sbocciate, per entrare subito nel tema vale la pena inserire tra gli appuntamenti la Sidreria Melchiori a Tres di Predaia dove Alberto Corazzolla e Lucia Maria Melchiorri sviluppano biogas e calore con gli scarti della lavorazione dei frutti trasformati in succhi, sidro e persino aceto. «Un’idea che ci permette di utilizzare al meglio tutta la frutta nel segno della ecosostenibilità» (luciamaria.it).

È poco distante a Taio il laboratorio dei fratelli Tullio e Rocco Tamè, 173 anni in due, tra nuvole di vapore e trucioli di bagolaro. Realizzano manici di frusta, attività un tempo fiorente, e sono rimasti tra i pochi al mondo. Tanto importante questa attività in valle da meritare l’apertura del Museo dei manici da frusta. «L’introduzione a Taio di questa specializzazione si deve a Simone Barbacovi che, nel 1830, fondò la prima fabbrica. Lo spirito imprenditoriale ebbe grande sviluppo nel decennio successivo, quando venne costruita la tratta ferroviaria Ala-Brennero, che facilitò la importazione della materia prima e lo smercio del prodotto finito» racconta Giorgio Chilovi, referente del museo. Anche se il suono ritmico degli zoccoli dei cavalli non è più diffuso come quel 1920 in cui si contavano 350 addetti, ci sono appunto ancora loro, i fratelli Tamè, che spaccano, squadrano e infilano i segmenti di bagolaro in tubicini di rame nei quali viene immesso il vapore per ammorbidire il legno e attorcigliarlo, renderlo eterno per i moderni cocchieri e i Goaslschnöllen, gli schioccatori di fruste sudtirolesi (visitvaldinon.it).
Nella piazza del paese anche Luca Malench usa fuoco e fumo, ma per conservare i suoi salumi. «Trucioli di faggio e ramaglie di ginepro sono la base per l’affumicatura dei nostri salumi, dallo speck alla mortandela, un impasto di carne suina avvolto nell’omento» spiega il mastro macellaio. Chi vuole assaporare la “mortandela storica” sceglie la macelleria di Massimo Corrà a Còredo.

«Ho voluto recuperare l’impressionante ricchezza che si cela nei cibi dell’indigenza preparando la mortandela con lingua, cuore, gola oltre a carni di spalla, pancetta e diaframma» spiega, mentre nella boutique il figlio Davide sta rifinendo una fiorentina dalle dimensioni colossali.
Passeggiando per Còredo può capitare di imbattersi nel Palazzo Nero, che nel 1477 fu al centro di un incendio doloso appiccato dagli abitanti della valle: era il Palazzo della Giustizia che oggi sfoggia affreschi del Cinquecento e dove, un secolo più tardi, vennero celebrati processi per stregoneria. Sempre di roghi si parla. Anche il vicino castello dei conti Coretth dal 1726 merita una visita. In cima al colle, niente fumo e fuoco, ma pregevoli arredi, trofei di caccia e una piccola quadreria.

Bisogna fare qualche chilometro in auto per la cena, verso Malgolo. Al Ristorante Nerina va in onda una cucina semplice, cristallina, immediata. Calda e genuina come i fratelli Di Nuzzo che l’hanno ereditata dai genitori. L’abbondante piatto di salumi nonesi precede gli gnocchi di mais Spin della Valsugana e mortandela con fonduta di Casolèt. Da dicembre a febbraio, e con la luna crescente, si possono prenotare le tagliatelle con i brumoi, i germogli delle rape tagliati e sbollentati, con aglio e peperoncino: un piatto che solo qui si può provare. Meditata la carta dei vini (albergonerina.it).
All’imbrunire il silenzio del borgo di Smarano è la scelta giusta dove trascorrere la notte. All’Agritur Bella di Bosco ci si rilassa nella sauna a legna che svetta nel giardino insieme alla tinozza per completare il piacere della sosta. Se disponibile, va prenotata la camera Nocciolo, spaziosa e dall’ampia doccia. Di mattina le sorprese sono la spettacolare vista sulle Dolomiti del Brenta e la colazione a base di prodotti locali dolci e salati con succo di mele dei propri alberi. È anche punto di partenza per passeggiate nel bosco fino al punto di osservazione del santuario di San Romedio e, per chi si ferma più di una notte, c’è la possibilità di utilizzare le biciclette mese a disposizione dalla proprietaria Angela Pret (agriturbelladibosco.it).

Vedere San Romedio da vicino è molto meglio. Si può raggiungere attraversando una parete rocciosa messa in sicurezza grazie a un massiccio parapetto a strapiombo su un canyon. La passeggiata è facile e parte dal parcheggio del Museo Retico lungo la statale che collega Sanzeno e Romeno, un viaggio a ritroso nel tempo per imparare tutto sulla storia della valle.
Se si hanno due ore a disposizione un altro facile percorso parte dal centro di Romallo con panorami accattivanti sul lago di Santa Giustina, la cascata del canyon Novella e sulle Dolomiti di Brenta. Si attraversano i meleti con la possibilità di scattare belle immagini su una valle che in primavera appare come un giardino. Un’isola può apparire il vigneto di Silvia Tadiello, «un ettaro in cui coltiviamo soprattutto Groppello su terreni ripidi di roccia rossa che dà il nome all’azienda stessa, Laste Rosse» afferma. Quella della sua famiglia è una delle cinque che coltivano Groppello di Revò, un’uva particolarmente adatta a vini longevi grazie alla elevata acidità, «fattore che ci ha consentito di sperimentare anche la produzione di uno spumante metodo classico, sottile al naso e piacevole per le note speziate». Nelle più vecchie annate dei rossi si fanno evidenti i ricordi di terra bagnata e goudron (lasterosse.it).

Silvia Tadiello è stata tra le promotrici di un’iniziativa che ogni anno attira turisti fuori stagione, Tortèl e Gropèl. «Il Groppello si abbina alla perfezione al tortèl, una torta fritta di patate crude, grattugiate grossolanamente e impastate con farina di riso» spiega Davide Tonidandel del ristorante Centrale di Flavon. «Benché la promozione avvenga tra gennaio e marzo, abbiamo deciso di proporre tutto l’anno il tortèl perché si tratta di un piatto conviviale, che accompagna lardo, mortandela, lucanica fresca alla griglia. Sembra un piatto semplice, ma per la buona riuscita serve un olio che abbia un alto punto di fumo» spiega (centraleflavon.it).
Il fuoco sta alla base anche delle opere d’arte di Andrea Borga, un tempo fabbro che ha fatto del cor-ten, del ferro e dell’ottone i materiali dai quali trae sculture quotate in tutto il mondo. Nella sua fucina sperimenta acidi e oli esausti per creare le patine delle opere. Un susseguirsi di gesti e di alchimie plasmano le forme di entità brunite, corrose, ossidate, «mai dipinte per essere in grado di raccontare la loro storia». E via con il cannello a gas per preparare la prossima mostra d’arte oltreoceano (andreaborgaart.it).

