di Anna Sandri – La memoria talvolta è fissata in fogli ingialliti dal tempo, macchiati dall’uso, vergati con grafie incomprensibili o quasi. Più spesso, è fissata nei gesti, negli occhi, nei suoni, nei sapori e negli odori: quando la cucina era un gesto quotidiano, e la creatività era figlia del fare con quel che si aveva, le nonne ai fornelli ci stavano così, con i sensi e con l’esperienza. Lì affondano le radici di quella cucina italiana che oggi è patrimonio Unesco; ma tutto quel sapere rischia di andare perduto, perché non è con i piatti dell’estetica social che la memoria si tramanda. L’Italia che profuma di semola rimacinata, di erbe spontanee raccolte al mattino presto e di ragù che borbottano sul fuoco per ore, l’Italia delle nonne custodi del codice genetico culinario oggi rischia l’estinzione: è possibile salvarla?

Rosario Di Donna è convinto che sì, salvarla è possibile. Figlio d’arte, ha ereditato dai genitori Nicola e Giuseppina una gastronomia con oltre 60 anni di storia a Cerignola (Foggia). La gestisce dal 2000, e a questa attività ha affiancato un’osteria ed enoteca, “U Vulesce” (che in pugliese vuol dire “la voglia”) con 40 tavoli e 400 etichette. Ambasciatore della cucina pugliese nel mondo e socio degli Chef del Mediterraneo, ha lanciato il progetto “Nonne in Cucina” per mappare e salvare l’intangibile.

L’idea è portare le nonne nelle cucine professionali, per insegnare quelle sfumature che esistono solo nelle mani di chi le ha imparate da un’altra nonna, in una catena umana che dura da secoli
Il progetto è già partito in Basilicata: da Rotondella e Montalbano Ionico, donne come Teresa Ironico (86 anni), Caterina Pupia (79) ed Elisa Rinaldi (80) hanno rimesso al centro piatti che stavano scivolando nell’oblio. “U pan cuott”, ai “Tagliaredd e cicr” o la “Turtier d poll paisan” non sono nomi esotici per i turisti ma architetture del gusto costruite sulla “dieta della povertà” — legumi, pane, verdure —oggi celebrata come vertice della salute e della sostenibilità. Al venerdì, dopo alcuni giorni di lavoro delle nonne in cucina, i piatti vengono serviti all’U Vulesce, e le nonne diventano protagoniste raccontando ai commensali origine, segreti e aneddoti sui piatti. E come accade in “Nonnas”, il film di Stephen Chbosky per Netflix ispirato alla storia vera di Joe Scaravella e della sua Enonteca Maria, nota per avere “nonne” da tutto il mondo in cucina, ogni serata è un grande successo.

Mentre candidature stanno arrivando da Campania, Molise e altre regioni, “Nonne in Cucina” punta a diventare una rete nazionale. L’appello è rivolto a tutte le donne tra i 75 e i 95 anni, dalla Sardegna al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. L’organizzazione ha eliminato ogni barriera: si occupano di tutto loro, dal trasporto all’ospitalità, garantendo che nessuna nonna debba preoccuparsi della logistica.
L’obiettivo è ambizioso: creare un archivio vivente affidandosi all’istinto e al saper fare di chi sa ancora distinguere le erbe dell’orto dal profumo, chi sa quando la sfoglia “canta” sotto il mattarello e chi conserva gelosamente quei foglietti ingialliti dal tempo.

«Le nonne sono un ponte tra generazioni» dice Di Donna. E se senza la memoria del passato l’alta cucina rischia di diventare un esercizio di stile vuoto.
Per informazioni e candidature: Rosario Di Donna 349 6371843 e didonnarosario@gmail.com.
