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L’appetito per il mondo: le pioniere che hanno scritto di viaggi e di sapori

Per secoli, lo spazio d’azione delle donne è stato confinato tra le pareti domestiche: la cucina come dovere e il focolare come confine. Eppure, ci sono state pioniere che hanno rovesciato questo paradigma, trasformando il cibo in una bussola e il viaggio in un atto di fame intellettuale. Scrittrici che hanno capito una verità fondamentale: viaggiare e mangiare sono i due modi più diretti per possedere il mondo. Mentre l’8 marzo celebra le donne, anche questo può essere un modo per ricordare la forza rivoluzionaria di chi ha aperto una strada che oggi tutte possono percorrere. 

Esiste un legame profondo tra la penna di una donna che scrive di viaggi e la sua capacità di godere dei sapori. Che si tratti di confini o di gusto, il desiderio di scoperta è il punto in comune, e le donne di fronte ai confini hanno sempre dimostrato di avere la capacità e la forza per superarli. Così, per le viaggiatrici del passato sedersi a una tavola straniera o descrivere il gusto di un frutto esotico poteva essere una vera e propria dichiarazione di indipendenza.

M.F.K. Fisher, per esempio. Nata nel 1908 ad Albion, nel Michigan, fondatrice della Napa Valley Wine Library, pubblicò ventisette libri tra cui una traduzione di “La fisiologia del gusto” di Savarin. Convinta che l’arte del vivere e l’arte del mangiare dovessero essere sinonimi, negli anni Trenta scriveva di gastronomia ma non compilava ricettari; scriveva di come un pasto consumato in una stazione ferroviaria francese o su un piroscafo potesse cambiare il corso di una vita. Il suo “Come cucinare il lupo” è un racconto della cucina possibile con la tessera annonaria, ed è diventato un oggetto di culto.

Colette faceva del gusto una questione quasi erotica. Viaggiatrice per lavoro e per amore, le sue descrizioni dei tartufi del Périgord o del cioccolato bevuto nelle mattine di tournée sono intarsiate di vita vera.  Scriveva di cibo con la passione di chi gode appieno del lato sensuale della vita: cosa che, riferita alla sua straordinaria personalità, può anche non stupire.

Ma il viaggio non deve sempre puntare verso confini lontani per essere epico. Matilde Serao insegna che l’esplorazione più profonda può avvenire a pochi passi da casa, perdendosi tra i profumi di un vicolo. Prima donna a fondare e dirigere un quotidiano in Italia, la Serao ha usato il cibo come una lente d’ingrandimento antropologica. Le sue pagine sulla pizza (a fette, accessibile a tutti) o sui maccheroni fumanti venduti agli angoli delle strade di Napoli sono atti d’amore e di comprensione sociale. Per lei, il gusto era l’anima del popolo; viaggiare tra i rioni significava mappare la fame, l’ingegno e la resilienza delle donne del suo tempo.

In Africa, ecco Karen Blixen. La sua vita in Kenya è stata un viaggio estremo, ma è nel racconto “Il pranzo di Babette” (diventato un film per la regia di Gabriel Axel nel 1987, vincitore del Premio Oscar l’anno successivo) che il viaggio e il gusto si fondono. Babette, una profuga che ha perso tutto, usa una insperata fortuna e la sua arte culinaria per trasportare un intero villaggio della puritana Danimarca verso i sapori perduti della sua Parigi.

Infine, Isabella Bird, l’esploratrice. Straordinario modello di viaggiatrice, nella seconda metà dell’Ottocento visitò e visse fino in fondo quasi tutto il mondo. Assaggiare radici ignote o bere tè in ciotole sbeccate nei villaggi del Giappone era il suo modo di annullare le distanze. 

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Se queste scrittrici hanno mappato il mondo con i sensi, oggi possiamo ripercorrere i loro passi con itinerari che nutrono mente e palato:

  • La Borgogna di Colette: Un viaggio lento tra i vigneti di Saint-Sauveur-en-Puisaye per chi cerca la libertà nel piacere estetico della tavola.
  • La Napoli della Serao: Un tour nei Quartieri Spagnoli alla ricerca del cibo di strada autentico, per riscoprire il legame tra sapore e identità popolare.
  • La Danimarca di Blixen: Verso le coste dello Jutland, dove ingredienti poveri diventano oggi opere d’arte culinaria, per riscoprire il cibo come forma di dono.

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