Veronafiere ha aperto le sue porte edizione numero 58 di Vinitaly, in corso fino al 15 aprile, e l’appuntamento si conferma il più importante per il settore a livello mondiale, con oltre 4 mila aziende partecipanti da 35 Paesi, accolte in un’area di oltre 95.000 metriquadri. Più di 1.000 top buyer selezionati da oltre 130 nazioni (con una crescita significativa da mercati come Nord America, Giappone e Nord Europa) si incontrano in questi giorni, mentre si calcola che a fine manifestazione saranno oltre 150.000 i visitatori, compresi i partecipanti agli oltre 100 tra convegni ufficiali e masterclass.

In una stagione non facile, per l’incerta situazione internazionale, questa edizione di Vinitaly punta tutto sulla qualità del business e sulla sostenibilità, consolidando il primato italiano nel mondo. E tra curiosità e trend, vanno certamente sottolineati il boom del Bio, con il settore biologico e naturale protagonista con oltre 800 etichette certificate presenti in fiera; il grande spazio dedicato ai vini NoLo (No e Low Alcohol) e ai distillati, che stanno attirando l’attenzione delle nuove generazioni di consumatori, e l’incalzare dell’intelligenza artificiale con l’arrivo di Bacco AI, un assistente virtuale che aiuta buyer ed espositori a fare “matching” e a navigare tra le migliaia di etichette presenti.

Grande successo per Vinitaly and the City, il fuori salone nel centro storico di Verona che si conferma un successo per coinvolgere oltre i confini dei padiglioni il grande pubblico dei “wine lovers”.
Tra le regioni Bio, grande attenzione hanno richiamato le Marche, che lanciano una sfida al mercato globale promuovendo per il vino un futuro verde. Con quasi il 40% dei vigneti certificati “organic”, la regione si conferma leader nazionale della sostenibilità: qui gli operatori bio sono cresciuti del 71,5% nell’ultimo decennio.
Il primato marchigiano attraversa tutto il territorio: Ascoli Piceno guida la classifica con oltre il 60% di vigneti bio, patria di eccellenze come l’Offida e il Rosso Piceno; segue a ruota Ancona (55%), dove il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Lacrima di Morro d’Alba sposano la filosofia naturale. Macerata (45%) si distingue con il Verdicchio di Matelica e la Serrapetrona, seguita dalle province di Pesaro Urbino e Fermo, che superano abbondantemente la soglia del 35%. Nel suo insieme, il territorio ha già superato gli obiettivi dell’Unione Europea (strategia Farm to Fork), destinando oltre il 29% della superficie agricola totale al biologico, contro una media nazionale del 20%. Questo sforzo collettivo ha dato vita al più grande Distretto Bio d’Europa, un “marchio ombrello” che protegge la biodiversità e attira i mercati più evoluti, dal Giappone al Nord America. Le 21 varietà certificate DOP e IGP marchigiane non sono solo prodotti da scaffale, ma ambasciatori di un territorio che ha scelto di investire oltre 135 milioni di euro nel benessere dell’ambiente.

In questo settore, tuttavia anche la Sicilia, presente al Vinitaly con 164 cantine, vanta un primato: con 96.903 ettari e una incidenza del 14% sul territorio nazionale, è la seconda regione italiana per superficie vitata, dopo il Veneto che conta 103.504 ettari e una incidenza del 15%. Ma ciò che rende l’Isola un vero e proprio modello per il Paese è il suo primato bio: con 33.823 ettari di coltivazioni e una incidenza del 26% sul territorio nazionale, la Sicilia è la regione italiana con la maggiore superficie vitata biologica, è seguita dalla Toscana che conta 23.068 ettari e una incidenza del 17%.
Nel settore NoLo, molto si sperimenta in Veneto: si cerca ad esempio di capire se capire il Glera possa funzionare anche in questa nuova veste che sta spopolando all’estero. La regione intanto sfodera a Vinitaly numeri importanti e il Prosecco Doc è da record: Il Consorzio ha presentato i dati definitivi dell’export 2025: 667 milioni di bottiglie.
Ma anche le donne si prendono la scena, e con risultati economici sorprendenti. La ricerca “Innovare al femminile”, condotta da Crea in collaborazione con l’Associazione Nazionale Donne del Vino, ha scoperchiato una realtà che ribalta i vecchi pregiudizi: nelle aziende vitivinicole guidate da donne, i redditi medi superano quelli delle aziende maschili del 5%. Il settore diventa così un laboratorio di avanguardia sociale ed economica. Oggi le aziende femminili hanno dimensioni quasi identiche a quelle maschili (circa 13,8 ettari) e lo stesso grado di meccanizzazione. La ricerca racconta una forma di innovazione “invisibile”, meno legata ai soli macchinari e più focalizzata sui processi. Le donne mettono in campo una capacità superiore di coordinare il lavoro e le persone e una nuova visione relazionale grazie alla quale Il valore viene costruito attraverso il dialogo con il territorio, l’apertura all’enoturismo e la comunicazione emotiva del prodotto.

Il loro inoltre è un approccio meno dipendente dai sussidi pubblici e più orientato alla costruzione di valore nel lungo periodo.
Le donne del vino non si limitano a produrre bottiglie eccellenti; stanno ridisegnando il concetto stesso di “fare impresa”, tenendo insieme competitività, sostenibilità e radicamento sociale. Se l’agricoltura italiana cerca un modello per il futuro, lo troverà guardando a queste imprenditrici che hanno saputo trasformare la sensibilità in strategia e la relazione in reddito.
