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Dalla Cantina Giorni un Cabernet di altura mediterranea

di Rocco Catalano  – Ci sono luoghi in cui il vino sembra nascere due volte: prima nella terra, poi nella coscienza di chi decide di restarci. A Pignola accade così, Il paese appare all’improvviso, tra le pieghe boscose che salgono da Potenza verso questo comune del Parco Nazionale dell’Appennino lucano, un grappolo di case addossate alla montagna, come a proteggere un segreto antico. Qui il tempo ha un passo diverso, più lento e minerale e l’aria trattiene quell’odore di acqua e foglie che è il primo segno di una fertilità nascosta, ogni vicolo è una pagina, ogni pietra una sillaba antica. Le case si stringono lungo le salite come a proteggere la memoria del legno e del ferro, perché qui i portali non sono semplici ingressi ma sculture domestiche: architravi scolpite, battenti lavorati, segni di maestranze che hanno inciso nel tempo la propria pazienza. Camminando t’accorgi come ogni soglia custodisca una storia familiare, e come l’intero borgo sia una galleria all’aperto di architettura minuta e orgogliosa.

All’ingresso della Dimora Storica di Palazzo Giorni, un’antica fontana veglia silenziosa. L’acqua scorre con quella continuità che solo i paesi di montagna conoscono: fresca, costante, sonora. È un’acqua che non disseta soltanto — misura il tempo. Le pietre consumate dal gesto quotidiano raccontano generazioni di mani, soste, parole. E quando il pomeriggio declina, l’aria di Pignola cambia natura: arriva dai boschi un respiro più freddo, che rinnova l’ossigeno delle strade e porta con sé odori di foglie, terra umida, legna. È un refrigerio lento, quasi tattile, che avvolge le facciate e fa vibrare i portoni antichi, come se il paese inspirasse profondamente prima della sera.

Dentro questo respiro sorge Palazzo Giorni, dimora storica restituita alla luce con un restauro colto e misurato. Pietre locali, legni nobili, ferri discreti, intonaci che conservano la grana del passato. Gli spazi dell’accoglienza e della ristorazione si aprono come stanze narrative, dove la memoria architettonica diventa esperienza sensibile. Non semplice ospitalità, ma cultura materiale: un abitare che prolunga la storia del luogo. È qui che la cantina Giorni ha scelto di radicarsi, facendo del palazzo il primo capitolo del proprio racconto.

Perché il vino, in questa storia, nasce poco più a valle, a 850 metri di altitudine, lì dove il vigneto si distende tra boschi fitti, acque correnti, suoli rigogliosi e corsie ventilate, in un microclima che appartiene più alle regioni alpine che al Mezzogiorno mediterraneo. È un paesaggio di soglia: luce netta, escursioni termiche marcate, brezze continue che asciugano l’umidità e rallentano la maturazione. Qui la scelta di impiantare Cabernet Sauvignon non è provocazione né moda, ma atto di interpretazione territoriale svincolato da disciplinari di sorta. Un vitigno internazionale che, portato in altura, rinuncia alla potenza per cercare tensione, verticalità, nitore aromatico. Il risultato è un rosso che parla con accento lucano ma lessico montano: frutti scuri croccanti, erbe officinali, grafite, acidità viva, tannini sottili. Un Cabernet d’Appennino, si potrebbe dire, se l’espressione non fosse già categoria geografica e sensoriale insieme.

Questa viticoltura non forza il paesaggio: lo asseconda. I filari si inseriscono nei margini naturali, rispettano le correnti d’aria, mantengono la biodiversità spontanea. L’acqua è presenza costante, non risorsa da dominare. È una pratica che ricorda, per sensibilità, certe esperienze di microzonazione care alla grande cartografia del vino: leggere l’habitat prima del vitigno, comprendere l’areale prima del mercato. Sciffra (la località a valle del paese di Pignola -PZ- dove sorgono i vigneti) non è solo un sito agronomico, ma un piccolo ecosistema montano in cui la vite diventa elemento tra gli elementi, non monocoltura ma interlocutrice.

A custodire questo disegno c’è la passione tenace di Donato Patrone, vignaiolo autodidatta che per necessità prima che per eredità, ha costruito il suo legame alla terra e la propria competenza per osservazione e dedizione, stagione dopo stagione, e la sua passione, il suo entusiasmo il suo amore, sono oggi il titolo di custodia di autenticità delle vigne. Il suo è uno sguardo emotivo ma disciplinato, che oggi trova compimento nell’incontro con l’esperienza enologica di Fabio Mecca. Un sodalizio che unisce intuizione e metodo, empiria e conoscenza tecnica. Insieme provano a definire la fisionomia stilistica della cantina: vini di quota, di lentezza, di precisione aromatica, lontani tanto dall’opulenza mediterranea quanto dalla standardizzazione internazionale, cercando un linguaggio “autoctono” e sincero.

Il progetto, però, non si ferma al vigneto attuale. Da pochi mesi la proprietà si è ampliata in modo sorprendente: circa 400 ettari di boschi e alture, un patrimonio naturalistico continuo che circonda e protegge le vigne esistenti. Non è un’acquisizione immobiliare, ma un gesto di visione. In queste aree nasceranno laboratori per lo studio e lo sviluppo dei vitigni autoctoni lucani, che la cantina intende progressivamente mettere a dimora. È un passaggio cruciale: dalla sperimentazione con un vitigno alloctono reinterpretato in altura, alla ricerca identitaria sulle varietà locali, osservate nel loro habitat originario. Boschi come banca genetica e climatica, non semplice cornice paesaggistica. Qui l’enologia incontra l’ecologia, e l’enoturismo si prefigura come esperienza immersiva nella biodiversità appenninica.

Anche l’ospitalità seguirà questa traiettoria. Gli spazi di Palazzo Giorni saranno affiancati da nuove strutture diffuse, integrate nel paesaggio, pensate per un enoturismo di qualità che non consuma il territorio ma lo abita. Camminamenti tra vigne e sorgenti, sale di degustazione aperte sul bosco, luoghi di studio e racconto dei vitigni. Non spazi estranei al contesto, ma architetture di continuità, dove il soggiorno diventa conoscenza e la degustazione esperienza territoriale completa.

Così la cantina Giorni si configura come una delle narrazioni più singolari del vino lucano contemporaneo: un progetto che parte da una dimora storica restaurata con misura, cammina per un vigneto d’altura in un areale di straordinaria freschezza, e si espande in un paesaggio forestale destinato alla ricerca ampelografica e all’accoglienza consapevole. In un’epoca in cui il vino rischia spesso di perdere geografia per guadagnare mercato, qui accade il contrario: si restringe lo spazio produttivo per allargare quello culturale. E il Cabernet Sauvignon di quest’angolo di Lucania, con la sua voce sottile e montana, diventa il primo capitolo di una storia che ha scelto di crescere lentamente, come crescono i boschi che la circondano.

Nato da vigne poste a circa 850 metri, su suoli argillosi e pietrosi ben drenati dell’Appennino lucano, lo Sciffrà rappresenta l’interpretazione stilistica più importante della cantina

La scelta di affinamenti prolungati in barrique — Tonnellerie Taransaud — ha segnato la prima fase stilistica del vino, orientandolo verso un dialogo serrato tra materia e legno, oggi in progressiva ricalibratura verso maggiore trasparenza territoriale. 

Questa breve verticale (2015-2021) non vuole stabilire gerarchie ma leggere il cammino: sono vini-da appunto, vini-cantiere, tracce di un’idea che prende misura con l’altitudine, il bosco, l’acqua e il tempo.

2021

Annata calda e matura, segnata da forte dotazione polifenolica. Il naso appare ancora contratto nell’abbraccio del rovere: vaniglia e spezie dolci dominano la scena, coprendo la matrice varietale. Il sorso, però, rivela densità e profondità, con materia importante e trama consistente. È un vino che chiede alleggerimento espressivo: la struttura c’è, deve respirare.

2018

Profilo meno rifinito aromaticamente ma più centrato in bocca. Il naso resta essenziale, quasi ruvido; il palato invece asciutto e ordinato, con tannino di buona tessitura e una bella vegetalità di cabernet — erbe, foglia, frutto scuro non maturo — che restituisce autenticità varietale. Annata di equilibrio agronomico più che di seduzione.

2017

Uno dei punti di armonia della serie. Il naso è composto, il tannino elegante, il sorso scorrevole e croccante. Profondità senza peso, vibrazione acida ben tenuta: qui il cabernet d’altura trova misura tra freschezza montana e maturità fenolica. Vino dinamico, con ritmo interno.

2016

Annata più severa e discontinua. Il naso appare scomposto e ancora chiuso; emergono note amaricanti e vegetali di raspo, con accenti ematici. Il sorso è meno risolto, segnato da un finale austero. Testimonianza di una fase in cui la ricerca di estrazione e legno eccedeva la maturità del frutto.

2015 — prima annata

Il gesto originario. Sorso succoso, materia piena ma non pesante, eleganza spontanea. Il frutto è vivo, la tessitura profonda ma scorrevole, l’espressività naturale. Qui il cabernet dialoga già con l’altitudine: carattere, freschezza e identità senza sovrastrutture. È il seme stilistico.

Nota di traiettoria

Letta nel tempo, la verticale mostra chiaramente la tensione tra due poli: da un lato la nobiltà estrattiva del cabernet e l’uso marcato della barrique; dall’altro la vocazione d’altura — freschezza, erbe, bosco, mineralità — che chiede sottrazione. La direzione più promettente sembra quella della seconda: lasciare che il luogo entri nel vino con maggiore nudità.

In questo senso lo Sciffrà non è ancora un punto d’arrivo ma una mappa: indica dove le radici hanno trovato acqua, dove il legno ha parlato troppo, dove il frutto ha cantato. È la geografia di un apprendimento.E forse è proprio questo il privilegio dei vini giovani nella storia lunga di una terra: non insegnano cosa è già compiuto, ma dove conviene camminare.

WineRock

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