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Cosa bolle in pentola all’Ariston. Sanremo e le canzoni da mangiare

Da questa sera saremo tutti lì. Per parlarne bene, per parlarne male, o semplicemente perché se c’è una cosa che non si può evitare in Italia, durante il Festival di Sanremo, è il Festival di Sanremo. E siccome gli italiani amano cantare almeno quanto amano mangiare, anche la storia del Festival può essere immaginata come una grande tavola imbandita sulla quale tra tantcuore/amore anche il cibo ha la sua bella parte. Tra acuti e paillettes ha attraversato i decenni non solo come nutrimento ma anche come simbolo di ribellione, metafora erotica, conforto casalingo o bandiera politica. L’edizione 2026 lo conferma il trend: tra i Big in gara c’è chi sembra aver scritto i testi con la forchetta in mano.

Il menù musicale di quest’anno è quanto di più variegato si possa immaginare. In cima alla lista delle portate “chiacchierate” c’è sicuramente J-Ax. Nel suo brano “Italia Starter Pack”, il rapper milanese usa la pizza con l’ananas come un grimaldello culturale. Non è solo una citazione gastronomica, ma il simbolo di un’Italia che cambia e accetta il sacrilegio culinario come nuova normalità. 

Dall’altra parte troviamo Michele Bravi. In “Prima o poi”, il cibo diventa assenza, un vuoto che pesa. Il suo frigorifero vuoto e i piatti sporchi nel lavello non sono semplici dettagli domestici, ma solitudine e carenza d’amore.

C’è poi chi, come Dargen D’Amico, usa l’enogastronomia con ironia tagliente. In “AI AI, l’Italia è una diva che si concede un bagno nell’olio d’oliva, un’immagine che trasforma il nostro “oro giallo” in un eccesso grottesco, un lusso che maschera le crepe di un Paese ossessionato dall’apparire. E non manca il richiamo alle “bollicine”, per dimenticare i problemi del quotidiano. Ditonellapiaga da parte sua ironizza sul “pranzo salutare”.

Ma Sanremo ha sempre avuto fame. Dall’archivio del Festival escono piatti e bevande che sono diventati inni nazionali. Su tutti, e siamo nel 1983, Toto Cutugno con “L’italiano” che consacrò lo stereotipo (amatissimo) degli “spaghetti al dente” e del “caffè ristretto”. Era l’Italia che voleva farsi riconoscere nel mondo attraverso i suoi sapori rassicuranti.

Un anno prima, nel 1982, Al Bano e Rominaavevano sintetizzato la Felicità in un “bicchiere di vino con un panino”. Una rima tanto semplice quanto eterna, che celebrava il ritorno alla terra e alla genuinità dopo gli anni di piombo. Marisa Laurito, nel 1989, portava invece la cucina partenopea sul palco con “Il babà è una cosa seria”, un vero e proprio ricettario cantato tra ragù, zite e mozzarelle, rivendicando la sacralità della tradizione contro l’avanzare dei fast food.

Negli anni ’90 e 2000, il cibo a Sanremo è diventato più politico. Elio e le Storie Tese, con la loro “Terra dei cachi” (1996), hanno usato il rito del “se famo du’ spaghi” per descrivere un popolo che preferisce la convivialità alla risoluzione dei problemi civili. Il cibo come distrazione: una pizza in compagnia o una pizza da solo, quanto basta per coprire ogni scandalo.

E poi il caffè, una vera ossessione: dai “7000 caffè” di Alex Britti (2003), carburante per notti insonni al volante, fino al “Caffè nero bollente”di Fiorella Mannoia (1981), simbolo di un’inquietudine femminile che non accetta compromessi. A proposito di caffè, è una tra le parole più usate nella storia del Festival, sembra oltre cento: impossibile dimenticare, tra gli altri, Riccardo Del Turco e la sua “Cosa hai messo nel caffè?” (1969). Se invece si cerca un frutto, vince la fragola: presente in 5 titoli storici, da Claudio Villa (Fragole e cappellini) a Francesco Tricarico (Il bosco delle fragole). Nel bicchiere, gli ultimi anni hanno visto aumentare Champagne e Gin Tonic rispetto al classico bicchiere di vino: uno su tutti Mahmood che in Soldi rinfaccia al padre di bere Champagne durante il Ramadan. Per non pensarci più, c’è sempre la possibilità di ritrovarsi tutti al Roxy Bar, a bere del whisky come le star e come Vasco.

Dietro le quinte, l’ingrediente segreto però non è un piatto: probabilmente, è l’Erisimo, detta l’erba dei cantanti: una tisana dal sapore erbaceo che serve a sbloccare le corde vocali prima di scendere la temuta scala.

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