di Anna Sandri – L’appuntamento più atteso dagli appassionati d’arte di tutto il mondo è finalmente arrivato: aperta al pubblico il 9 maggio, si potrà visitare fino al 22 novembre la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Tra i Giardini e l’Arsenale, nei giorni di pre-apertura (preceduti e accompagnati da polemiche molto accese per la presenza dei padiglioni di Russia e Israele, per le dimissioni della Giuria che avrebbe dovuto assegnare i Leoni d’oro ma anche per l’assenza di artisti italiani invitati) è stata visitata da oltre 27 mila accreditati. Il primo giorno di apertura al pubblico ha raggiunto i 10 mila visitatori, segnando da subito un 10 per cento in più rispetto all’edizione del 2024.

Visitare la Biennale è impegnativo; è bene programmare almeno due intere giornate, in modo da dedicare tutto il tempo necessario sia alla mostra principale che alle partecipazioni nazionali.

La mostra principale è quella sulla quale si concentra la maggiore attenzione. Intitolata “In Minor Keys” (In tonalità minori), è distribuita tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, offre un’esperienza diversa rispetto alle edizioni monumentali del passato, e anche da ciò che in premessa molti si attendono. Per comprenderla, bisogna partire da un’assenza che è presenza costante: quella della sua curatrice. Koyo Kouoh, camerunense di nascita e naturalizzata svizzera, già fondatrice della RAW Material Company e direttrice dello Zeitz MOCAA, è stata aggredita dalla malattia mentre stava lavorando a questo progetto: è morta a soli 57 anni nel maggio 2025.

Prima donna africana a dirigere la Mostra Internazionale d’Arte, quello che ha lasciato alla Biennale è il suo testamento: tanto cristallino era il progetto che il suo team (Rory Tsapayi, Siddharta Mitter, Marie Helene Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salty) ha potuto realizzarlo non solo come un atto di amore, ma con assoluto rigore filologico.
Non si troverà, in questa mostra, il grido del Sud del mondo, né c’è spazio per denunce e recriminazioni. “In Minor Keys” è guarigione spirituale; e se il mondo parla ormai solo in “tonalità maggiore” – quella del potere, del clamore mediatico e del conflitto – Kouoh invita invece a scendere nelle frequenze minori: quelle della vulnerabilità, del lutto, della memoria e della resilienza. Parla di natura, di legami affettivi e famigliari, di antiche tecniche artigianali: invita all’ascolto.
È una mostra che sussurra, ma è anche piena di gioia e di colore; esattamente come molti capolavori musicali scritti in tonalità minore, riesce a raggiungere la profondità dell’anima e a creare un’eco che promette di risuonare a lungo. Un’immersione nel presente “minore”, in quella penombra dove le voci si fanno più chiare e necessarie.
Gli artisti invitati sono 110, molti meno rispetto alle edizioni passate; questo accompagna a una visione lenta, quasi meditativa. Eppure, nonostante la contrazione del nucleo centrale, la partecipazione internazionale è da record con 100 Paesi presenti.
Attraverso una processione visiva e meditativa, la Mostra sollecita tutti i sensi a interconnettersi e a perdersi da un universo all’altro, rendendo visibili le possibilità che abitano negli spazi intermedi.



Molte cose colpiranno il visitatore. E tra queste ci saranno certamente le grandi installazioni di Vera Tamari; l’esodo di un popolo rappresentato da Sawangwongse Yawnghwe con 2400 statuine di argilla fatte di uomini, di donne, di bambini, di vivi e di morti; il pavone di Ebony Patterson, sontuoso e perturbante, la libreria di Kemang Wa Lehulere, 700 volumi che sono in realtà mattoni di argilla, tra i quali spuntano mani bianche che parlano nella lingua dei segni: un monito contro tutte le censure. Tra fiori monumentali e arazzi pieni di colori, ci si dovrà avvicinare per cogliere il senso dei 238 disegni di Ayrson Heraclito: è il sistema Juntó che articola le combinazioni tra le 16 principali divinità del pantheon afro-brasiliano (Orixás e Voduns), creando una cartografia simbolica che intreccia cosmologia, iconografia e memoria della tradizione Jeje-Nagô. E a colpire sarà anche l’allestimento, curato dagli gli architetti sudafricani dello studio Wolff, per il tono blu indaco e per le basi in cartone a nido d’ape che si susseguono creando un effetto di grande eleganza.

“In Minor Keys”è un susseguirsi di viaggi entusiasmanti che parlano al sensibile e all’affettivo, invitando i visitatori a meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione con dimensioni in cui il tempo non è né una proprietà aziendale, né un elemento sottomesso alla tirannia di una produttività incessantemente accelerata. È un invito a riconnettersi con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo. E questo è lo straordinario testamento di Koyo Kouoh, che merita di essere ascoltato e ricordato.
61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia Venezia, Giardini e Arsenale, fino al 22 novembre 2026
Chiuso il lunedì (tranne 1 giugno, 7 settembre, 16 novembre)
Orari di apertura: estivo: 11 – 19; autunnale: 10 – 18
I Leoni d’oro saranno assegnati su votazione del pubblico
Informazioni, acquisto biglietti e visite guidate: www.labiennale.org
