di Riccardo Lagorio – Sessant’anni di freschezza e sapidità. Li ha compiuti il Bianco di Pitigliano, uno dei vini più caratteristici del centro Italia e quarto in assoluto ad avere avuto accesso al riconoscimento della DOC. La produzione può avvenire in quattro Comuni: Pitigliano, Sorano, Scansano e Manciano. Un convegno organizzato dal Consorzio di Tutela DOC Bianco di Pitigliano e Sovana ha offerto un momento di approfondimento sul valore storico, culturale e produttivo di una denominazione che rappresenta una delle espressioni più significative dell’enologia toscana.

Sei decenni di trasformazioni non hanno fatto perdere il legame con il territorio. Anzi, il Bianco di Pitigliano rappresenta non solo un vino, ma l’espressione di una comunità che ha saputo custodire e valorizzare un patrimonio originale, riconoscendone il valore ben prima che concetti come identità, territorio e sostenibilità diventassero centrali nel dibattito. Ora c’è una volontà condivisa di aprire una nuova fase per la denominazione e per il territorio, fondata sulla qualità, sulla valorizzazione dell’identità locale e sulla collaborazione tra i produttori.

Il tema del legame tra vino e territorio è stato sintetizzato nell’intervento di Mario Fregoni, tra i massimi esperti italiani di viticoltura e membro dell’Accademia della Vite e del Vino. Fregoni ha approfondito il concetto di terroir, spiegando come l’unicità di un vino derivi dall’interazione tra tre elementi fondamentali (varietà viticole, clima e terreno) ai quali si aggiunge il ruolo dell’uomo, capace di incidere per circa il 20% sul risultato finale. Partendo da questi presupposti, ha indicato proprio il comprensorio di Pitigliano come esempio di straordinaria unicità, sottolineando il valore distintivo della sua origine tufacea e suggerendo di valorizzare ancora di più questo patrimonio identitario, fino a ipotizzare una denominazione capace di richiamarne l’elemento più caratteristico: la Roccia Tufacea.

Claudio D’Onofrio, docente all’Università di Pisa, ha illustrato le origini e la diffusione dei vitigni presenti nella denominazione (Procanico e in minor misura Greco, Ansonica, Verdello e altri) ricostruendone le connessioni storiche e genetiche. Lo storico Angelo Biondi ha ripercorso le vicende della viticoltura locale, evidenziando il ruolo che il vino ha avuto nei secoli nello sviluppo economico, sociale e culturale della comunità pitiglianese. Le conclusioni sono state affidate al vicepresidente del Consorzio, Edoardo Ventimiglia, che ha ricordato il lavoro di un gruppo di produttori che, con determinazione e visione, ha creduto nelle potenzialità di questo territorio. Pur trattandosi di una realtà di dimensioni contenute, il comprensorio può esprimere una voce importante nel panorama vitivinicolo, soprattutto attraverso la collaborazione tra le aziende e la Cantina di Pitigliano. A chiudere i lavori è stato il presidente del Consorzio, Stefano Formiconi, che ha ribadito la volontà di costruire il futuro della denominazione partendo dalla consapevolezza del proprio patrimonio storico e culturale, valorizzando gli elementi che rendono unico il Bianco di Pitigliano DOC.

Tre suggerimenti, allora:
Terrantica, Bianco di Pitigliano DOC di Villa Corano (villacorano.it). Delicatamente fruttato al naso, si distingue per essere decisamente secco e rilasciare un gradevole amaricante finale. Si abbina all’insalata di ombrina bollita con carciofi e olive nere.
Rasenna, Bianco di Pitigliano DOC Superiore di Cantina Narcisi & Bussi (narcisiebussi.com). Decise note fruttate al naso, dove prevale il bergamotto. Secco al palato, dal lungo finale fruttato e sapido. Abbinamento ideale con i tortelli maremmani, pasta ripiena di ricotta di pecora, spinaci e noce moscata.
Ildebrando, Bianco di Pitigliano DOC Superiore di Cantina di Pitigliano (cantinadipitigliano.it). Le spiccate note di ananas inondano le narici mentre la bevuta è fresca e generosa di sali minerali. Il piatto favorito per provarlo è la panzanella maremmana, a base di pane raffermo, pomodoro, basilico, olio e sale.