Una grande autrice e due protagonisti entrati nelle case e nella memoria di milioni di persone. A cinquant’anni dalla scomparsa di Agatha Christie, le sue storie e i suoi protagonisti sono più vivi che mai; la sua eredità è nelle trame d’acciaio, nel mistero che circonda in parte anche la sua vita reale e nelle atmosfere senza tempo che ha saputo creare, un regalo inestimabile per i lettori di tutto il mondo. Tra il profumo di lavanda e quello delle mandorle amare, entrare in un romanzo di Agatha Christie significa accomodarsi in un salotto della classe media inglese o in una sfarzosa sala da pranzo di una villa di campagna. E lì, quasi sempre, si mangia.

Hercule Poirot e Miss Marple sono i suoi personaggi più noti e più amati; intorno a loro, figure che continuano a popolare le librerie, il cinema e le serie tv, accadono fatti che finiscono sempre per trovare una soluzione, mentre il lettore viene sfidato a raccogliere indizi sapientemente seminati tra le pagine. Le trame seguono la vita quotidiana, e dunque leggendo Agatha Christie si finisce per immaginare anche i sapori che racconta: intorno a una tavola imbandita o davanti a una tazza di tè molte cose possono accadere.
Hercule Poirot, dunque. Per lui, investigatore belga dalla testa a forma d’uovo, i baffi impomatati e un ego spropositato chiuso in una piccola statura, il cibo è un’estensione delle sue cellule grigie. Detesta la cucina inglese, che considera barbara e priva di metodo. Per lui, un pasto deve essere un trionfo di simmetria. In Poirot sul Nilo, lo vediamo quasi soffrire di fronte a una tavola disordinata, mentre in Sfida a Poirot (The Clocks) le sue preferenze sono chiare: predilige cioccolata calda densa e sciroppi dolci, come quello di ribes, che i camerieri inglesi gli servono con malcelato sconcerto. Può rovinarsi la giornata se a colazione gli vengono servite uova sode non perfettamente simili nelle dimensoni, e incarna in qualche modo il buongustaio continentale: per lui la cucina è civiltà e il è una costante sfida all’ordine del mondo.
Nel rassicurante e immaginario villaggio di St. Mary Mead vive invece Miss Marple, che si nome fa Jane. Per lei la quintessenza è il “tè delle cinque”. Qui il cibo è uno strumento di indagine sociale. Attraverso gli scones e le gelatine di more, Miss Marple osserva le debolezze umane e indaga basandosi sulle pulsioni sempre uguali della natura umana: il male si commette per denaro, per passione o per paura.

Il tè di Miss Marple è fatto di sandwich al cetriolo tagliati finissimi e di “Seed Cake” (torta ai semi di cumino). Come scrive la Christie in Un delitto avrà luogo: “Le persone che si presentano per il tè hanno l’aria di non aver mangiato da una settimana”. In quel romanzo, la celebre “Delicious Death” (Morte Deliziosa), una torta al cioccolato ricca e fondente preparata dalla cuoca Mitzi, diventa l’emblema di come la gola possa essere l’anticamera della tragedia.

Agatha Christie, grazie alla sua esperienza come assistente di farmacia durante le guerre mondiali, conosceva i veleni come pochi altri. E sapeva che il modo migliore per somministrarli era camuffarli con sapori forti o dolcissimi. La scatola di cioccolatini (protagonista di un celebre racconto) è l’esca perfetta: chi saprebbe resistere a un bonbon artigianale? Il cianuro, con il suo leggendario odore di mandorle amare, si sposa magnificamente con i dolci, mentre l’arsenico può finire ovunque, da una tazza di brodo a una tartina di paté.
Il cibo è dunque l’arma del delitto più intima: tradisce la fiducia di chi condivide la tavola. Non c’è nulla di più terribile di un assassino che ti porge gentilmente un vassoio di pasticcini.

E lei, la scrittrice, che rapporto aveva con la tavola? Agatha Christie amava la panna, che consumava in grande quantità (si dice che ne tenesse sempre una tazza accanto alla macchina da scrivere), e adorava i pasti sostanziosi dei suoi viaggi in Medio Oriente.
Il suo ultimo pasto ideale, come confessò lei stessa, sarebbe stato composto da ostriche, arrosto di tacchino con ripieno di castagne e, naturalmente, una generosa porzione di panna montata. Se i suoi personaggi morivano spesso a causa di una cena interrotta, Agatha ha vissuto celebrando i piaceri della buona tavola, lasciandoci in eredità non solo dei colpevoli da smascherare, ma un intero ricettario di un’Inghilterra che non c’è più, ma che continua a vivere ogni volta che mettiamo il bollitore sul fuoco.
La Ricetta: Gli Scones di St. Mary Mead
Perfetti per un pomeriggio di lettura, da servire rigorosamente con panna densa (clotted cream) e marmellata di fragole.
Ingredienti:
- 250g di farina 00
- 1 cucchiaio di lievito per dolci
- 40g di burro freddo a tocchetti
- 150ml di latte intero
- 1 cucchiaio di zucchero
- Un pizzico di sale
Procedimento:
- In una ciotola, setaccia la farina con il lievito e il sale.
- Aggiungi il burro freddo e lavora velocemente con la punta delle dita finché il composto non sembrerà sabbia grossolana. Aggiungi lo zucchero.
- Versa il latte a filo, impastando brevemente (il segreto degli scones è non lavorare troppo l’impasto!).
- Stendi l’impasto su una superficie infarinata con uno spessore di circa 2,5 cm.
- Usa un tagliapasta circolare (circa 5-6 cm di diametro) per ricavare i dischetti. Premi dritto, senza ruotare lo stampo, per permettere una lievitazione verticale corretta.
- Spennella la superficie con un po’ di latte e inforna a 220°C per circa 10-12 minuti, finché non saranno gonfi e leggermente dorati.
- Il tocco finale: Servili tiepidi. Ricorda la regola d’oro: non si tagliano mai con il coltello, si aprono con le mani.