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A Bologna lo Chef’s Table più piccolo d’Italia: questione di “Attimi”

Una porta nera, priva di insegne e di luci. Una porta come tante, lungo via del Borgo di San Pietro nel cuore della Bologna universitaria. Ci si potrebbe passare davanti distrattamente, eppure quella porta conduce a un luogo segreto, senza uguali: da lì si accede a Attimi by ODD, lo Chef’s Table più piccolo d’Italia, concepito dallo chef aostano — e bolognese d’adozione — Lorenzo Coccovilli.

Chef Coccovilli

L’impatto con lo spazio è immediato, dà la sensazione di trovarsi in un luogo fantastico. Non ci sono sale, sfarzose o meno; nessun formalismo né camerieri in livrea. Soltanto quattro sedie, un bancone, e i fornelli a quaranta centimetri dagli occhi degli ospiti. Quattro coperti a turno (alle 19 e alle 21, dal martedì al sabato e su prenotazione), per novanta minuti di immersione totale. È l’evoluzione radicale di ODD, il progetto di street food d’autore con cui Coccovilli — già premiato dal Gambero Rosso — aveva iniziato a spogliare l’alta cucina da ogni orpello. Con “Attimi”, il processo di sottrazione giunge all’estremo: via le posate inutili, via il superfluo. Restano solo la materia prima, la memoria e un dialogo senza filtri.

Chef Coccovilli Attimi Bologna

In questo palcoscenico lillipuziano non esiste una carta da consultare. Il menu è completamente al buio, e lo si scopre boccone dopo boccone  affidandosi alle mani dello chef e alla sensibilità di Fabio Villa, 41 anni, una formazione da storico e una passione travolgente per l’enologia, che cura l’accoglienza e l’abbinamento dei vini trasformando il servizio in un racconto corale.

Fabio Villa

Il percorso degustazione si chiama “Respiro” e attraversa otto tappe, gli “attimi” e legate tra loro da un filo invisibile ma potentissimo: l’olfatto e il ricordo. Si parte con un richiamo primordiale alla montagna tra crème fraîche, tuorlo confit al fieno, tartufo estivo e pane al latte, pensato per essere intinto con la naturalezza della scarpetta. Si viaggia poi nella memoria affettiva con uno spaghetto di zucchine mantecato al basilico e Parmigiano, evocative della piantina sul balcone della nonna, fino a un’esplosione di diverse consistenze di pomodoro, profumate d’orto estivo.

La tecnica brilla nel Glacier 51 glassato alle mandorle e caviale Prunier, e nel raviolo vegetariano di barbabietola e patate con Tête de Moine, rilettura contemporanea della merenda d’altitudine. Il momento più profondo giunge con il carré di agnello affumicato al legno di noce e sciroppo di gemme di pino, che evoca l’aria fresca del bosco al vespro. Prima del dolce (un crumble al cacao e pepe Timut con gelato al latte di montagna e fragole fermentate), il sorbetto al ribes e neve di santoreggia viene accompagnato da un’essenza nebulizzata nell’aria: un passaggio in cui gusto e olfatto si fondono, trasformando il sapore in paesaggio.

Chi cerca qualcosa di veramente esclusivo, qui lo può trovare: non certo come idea di lusso esibito, ma come emozione di vivere la creazione culinaria a un soffio dai fuochi, sospesi nel tempo di un respiro condiviso.

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