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Andrea De Carlo: la felicità delle piccole cose

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 Nato e cresciuto a Milano, Andrea De Carlo non ha mai sentito forte l’appartenenza a un luogo preciso. «Forse dipende dal non avere nonni né altri parenti in quella città, con una madre piemontese e un padre di origini cilene e siciliane, nato a Genova e cresciuto in Tunisia. Ma certo aveva anche a che fare con uno spirito critico molto sviluppato, e con la fantasia vagabonda che poi mi avrebbe portato a fare il romanziere», ci racconta in occasione dell’uscita del suo ultimo libro L’imperfetta meraviglia, una commedia brillante che parla di vita, della sua bellezza e del tempo, che tutto cambia e modifica.  È cambiato il tuo modo di viaggiare negli anni?I viaggi che ho fatto da ragazzo erano di esplorazione, a volte avventurosi, perfino rischiosi, quasi sempre scomodi, ma anche generici, spesso a vuoto. Oggi i miei viaggi sono più mirati: mi sposto per raggiungere un luogo particolare, sconosciuto o già familiare, per lavoro o per piacere. Ma mi capita ancora di fare delle scoperte e di avere delle sorprese.  Ad esempio?Una lunghissima camminata seguendo un crinale nell’immediato entroterra ligure, partendo da Montallegro per arrivare a Ruta, sulla scia di antiche mulattiere e muretti di pietra a secco, tra boschi di castagni, con il mare che si intravede tra gli alberi e a un certo punto, come un’apparizione, cavalli selvaggi che scappano su per la pendenza.  Cosa ti piace dell’Italia, e cosa invece butteresti via?Mi piace la varietà di paesaggi, climi, lingue, culture. Leggendo i resoconti dei viaggi in Italia di due secoli fa da parte di osservatori straordinari come Goethe e Dickens, ci si rende conto che le qualità e i difetti che ben conosciamo erano già tutti lì: la mancanza di una visione comune, la corruzione, la passività… Butterei via gli abusi edilizi, gli scempi ambientali, la giungla di leggi incomprensibili e inutili, e poi il pessimismo, il cinismo e la rassegnazione.  “Un uomo ben nutrito è un uomo felice”, dice uno dei personaggi del romanzo. Per te come si coniuga il binomio cibo-felicità?Uno dei proverbi peggio interpretati è “a tavola non si invecchia”. Al contrario, mangiare e bere troppo e male è il modo più sicuro di far degenerare la propria salute. Se invece s’intende che fa bene sedersi in compagnia davanti a vivande che oltre a nutrire appagano i sensi e la fantasia, allora sono d’accordo.  C’è un’etica, oltre il piacere?Sì. Non riuscirei mai a gustarmi un cibo sapendo che ha provocato sofferenze a persone o animali per essere prodotto, o che ha causato danni all’ambiente. Credo che sia fondamentale sapere da dove viene quello che mangiamo, da chi è stato prodotto e come. Per fare due esempi, trovo inaccettabile che chi coltiva caffè o banane venga pagato quasi nulla per farlo, o che il prezzo del nostro grano duro sia oggi più basso di trent’anni fa e continui a crollare, perché è più economico comprarlo in Ucraina, Canada o Cina.  Perché il cibo è spesso protagonista in letteratura?Uno dei modi migliori di scoprire il carattere di una persona che ancora non conosciamo bene è osservarla mentre mangia. Non è un caso che quando due persone si attraggono, una delle prime cose che decidono di fare sia cenare insieme. Anche in un romanzo mettere un personaggio a tavola aiuta a rivelare la sua vera natura, scoprirlo avido o moderato, rozzo o elegante, volgare o sensibile.  Tu cucini?Preparo delle ottime prime colazioni, che per me sono il pasto più importante. Mi ci sbizzarrisco, mescolando fiocchi d’avena, nocciole, mandorle, semi, frutta tagliata a fette sottili, yogurt, miele o sciroppo d’acero. Vedere davanti a me una ciotola di muesli mi dà la sensazione che la giornata cominci con ottimismo e mille belle promesse.  Dove ci porteresti a cena?In un vecchio mulino di pietra, dove due donne preparano con materie prime locali piatti di cucina povera legati al territorio e li presentano sorridenti in tavola, con la più grande semplicità. Torte di verdure, fiori di zucca fritti, pasta integrale con salsa di limone e ricotta, insalate di campo, formaggi di capra del pastore che sta sulla collina. Vino beverino, che non sa di vecchio mobile di noce, come diceva una mia amica. E alla fine un gelato di quelli che fa Milena, la protagonista del mio ultimo romanzo: non troppo dolce, non troppo grasso, con i sapori e i colori naturali e vivi degli ingredienti di stagione con cui è fatto.

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