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Se si vuole conoscere il carattere più autentico della produzione vinicola racchiusa sotto la Doc Ansonica Costa dell’Argentario bisogna sbarcare al Giglio. Le sue vigne “estreme” regalano ancora oggi un prodotto e un paesaggio unici al mondo

 

 

Basta un’oretta, il tempo di percorrere i 18 km che dividono l’isola dalla terra ferma, per rendersi conto di quanto la cultura sedimentata nelle generazioni possa influenzare il presente. Basta una chiacchierata con un isolano e “l’Italia” sarà una citazione d’obbligo, indicando una lontananza tessuta dalla storia, dalla quotidianità, dalle abitudini. A colpire più fortemente è la natura. Rigogliosa, fiera, presente attorno e dentro i piccoli vigneti centenari che continuano a resistere a ridosso della costa. Se ne stanno lì, testimoni di una viticoltura definita non impropriamente “estrema”. Vigne ad alberello “alla gigliese”, per questa diffusa caratteristica dell’appoggio su un canneto. Dal mare assorbono la salinità e la freschezza, ma ne viene fuori un vino caldo, scarsamente acido probabilmente per l’abitudine di vendemmiare tardi. Robusto e d’alta gradazione per essere un bianco, il suo è un colore quasi sempre molto carico.

 

 

Secoli di vendemmie – Una produzione che ha subìto una drastica riduzione quando ha preso il sopravvento il turismo, che oggi continua a essere una realtà frammentaria e familiare. Qualche anziano del luogo ancora racconta delle tante barchette che nella stagione della vendemmia arrivavano dalla terra ferma per caricare l’uva. D’altronde si tratta di un luogo in cui era difficile vinificare, e testimonianza ne sono i famosi palmenti. Costruiti tra il 1500 e il 1700, sono strutture costituite da una o più vasche dove l’uva veniva pigiata con i piedi. Infatti, quasi sempre, a essere trasportato era il mosto. Dopo secoli di storie di invasioni e difficoltà, fu verso la fine del ’600 che l’allevamento della vite ebbe nuovo vigore sull’isola, grazie alla famiglia dei Medici che stimolò al massimo i contadini locali. Verso la fine del ’700 l’Ansonica si affermò come vitigno principale, apprezzato anche come uva da tavola, conteso dai mercati di Livorno, Civitavecchia, Genova e Firenze. La situazione della viticoltura volse al peggio con la migrazione verso il continente degli isolani e l’arrivo della fillossera. L’avvento della Doc nel 1995 ha però salvaguardato la produzione di qualità, anche se molti sono gli aspetti che differenziano il gusto del vino isolano, rispetto a quello prodotto sull’Argentario. La denominazione accorpa infatti una realtà territoriale che presenta molte differenze: quello del Giglio è un vino quasi “salato”, di facile ossidazione e di alto grado alcolico.

 

 

Spirito giovane – E se è vero che i vecchi proverbi hanno sempre un fondo di verità, il motto “pane del giorno, vino dell’anno” ci racconta come l’Ansonico non sia ben predisposto all’invecchiamento. Le forme di allevamento della vite continuano a essere quelle antiche, con pochi esempi di nuovi impianti, l’uso delle moderne tecniche di vinificazione viene lasciato ai produttori della terraferma. Negli ultimi anni però la qualità è cresciuta, tanto da rendere questa piccola produzione una vera chicca enologica, da conoscere rigorosamente sull’isola. Le aziende non sono propriamente organizzate a accogliere in cantina, ma con un buon sorriso vale la pena chiedere una visita. L’ultimo fine settimana di settembre si tiene infine la Festa dell’Uva: per l’occasione le cantine sono tutte aperte e si degustano prodotti tipici, coinvolgendo l’intera isola.

 

 

Antonella Petitti