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Campari, l'arte dell'aperitivo

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In origine si chiamava Bitter uso Olanda, ma colore inconfondibile e sapore sono rimasti gli stessi sin dalla fine dell’800, grazie a una ricetta custodita come fosse un tesoro per generazioni. Negli anni, il vermiglio aperitivo è stato celebrato e (letteralmente) cantato dai più grandi artisti di ogni campo, divenendo così un’icona di design, stile e gusto

 

È famoso come il Teatro alla Scala e come la Madunina. Come via Montenapoleone e Piazza Affari. È lui, l’aperitivo per antonomasia: il Campari, simbolo – nel mondo – di Milano, forse anche dell’Italia intera, bevanda di culto per generazioni di aficionados che annoverano gente come Giacomo Puccini e Arrigo Boito, Ernest Hemingway e Andy Warhol. Musicisti, scrittori, artisti e viveur d’ogni epoca: tutti pazzi per l’alcolico color rosso rubino e, in seguito, per la famosissima bottiglia “a cono rovesciato” ideata nel 1932 per la versione “soda” (fatta con aggiunta di seltz) dal genio futurista di Fortunato Depero e diventata, nei decenni, una sorta di icona dell’italian style, a tavola ma non solo.

 

 

 

Una ricetta segreta

Nella bottiglietta del Camparisoda, ad esempio, non c’è soltanto un drink ma un vero compendio del “saper fare” italiano, che mette assieme beverage e arte, design e comunicazione. Chissà se Gaspare Campari, quando nel 1860 – in una Milano tormentata da fremiti risorgimentali – trafficando tra erbe, alambicchi e dosatori nel suo piccolo laboratorio di liquorista, s’inventò questa bevanda dolceamara a “media gradazione alcolica”, aveva immaginato che cosa sarebbe stata destinata a diventare. Difficile. Quel che è certo è che, in principio, lui l’aveva chiamata “Bitter uso Olanda” e che da allora, la formula segreta del Campari (più vecchia di quella della Coca-Cola, ché il farmacista Pemberton s’inventò nel 1886) i suoi eredi se la sono tenuta ben stretta: ancora oggi è custodita gelosamente da un uomo di fiducia dell’azienda e nessun’altro, negli stabilimenti di

produzione, è a conoscenza dei dosaggi giusti e di come le erbe aromatiche vadano messe in ordine e miscelate per dare vita al bitter dal gusto impossibile da confondere. Ma se al buon Gaspare va l’indubbio merito d’aver dato al Campari corpo e forma (e, mai come in questo caso, spirito…), è suo figlio Davide che ha scritto le pagine più importanti di questa straordinaria storia italiana. Lui, del resto, il quartogenito della famiglia, era un predestinato: venuto alla luce nello stabile con vista sul Duomo (proprio di fronte all’attuale Camparino aperto nel 1915) che il padre aveva da poco comprato trasferendo casa e bottega, è stato il primo cittadino milanese a nascere nella Galleria Vittorio Emanuele inaugurata qualche mese prima. A fine ’800, alla morte di Gaspare, Davide prende in mano la Campari (ancora oggi il nome del gruppo é “Davide Campari Spa”) inaugura il primo grande stabilimento a Sesto San Giovanni e,nel giro di pochi decenni, la trasforma in un’azienda di respiro internazionale. Portando innanzitutto il suo prodotto di punta in giro per il mondo al seguito dei migranti italiani e poi – con un’intuizione geniale per l’epoca – investendo sulla comunicazione. 

 

 

 

I love Campari

Con Davide prende avvio infatti quel fortunatissimo legame tra Campari e il mondo dell’arte, che comincia con i primi manifesti pubblicitari commissionati ad artisti del tempo come Cappiello, Nizzoli, Dudovich, passa per la bottiglietta del Camparisoda di Depero e per le locandine del maestro della pop-art Ugo Nespolo e continua la sua fantastica parabola nella “Milano da bere” degli anni ’80 con gli schizzi del grafico americano Milton Glaser (papà del logo “I Love New York”) e gli spot di Federico Fellini che accettò (per la prima volta in carriera) di girare un cortometraggio pubblicitario per la tivù, soltanto perché «alla Campari – disse – mi lega il ricordo di mio padre che, da piccolo, accompagnavo a fare l’aperitivo». Ma a questo punto, nel mito siamo già entrati da un pezzo e Campari è sinonimo di aperitivo da quasi un secolo, almeno da quando Davide mise in commercio la bottiglia monodose riuscendo a farla diventare uno status-symbol protagonista, oltre che dell’iconografia, anche di canzoni (“Questa è l’ora senza pari/questa è l’ora del Campari”, canta Fernando Crivel durante il Ventennio), letteratura, cinema. La cosa curiosa è che mentre Campari detta praticamente mode e tendenze nel rito del drink “fuori casa” e anche nelle arti visive del secolo scorso, la sua dimensione produttiva rima-ne contenuta e rigorosamente monomarca fino metà anni ’90. Fino alla svolta, cioè, voluta dai nuovi manager che hanno rilevato il gruppo dalla dinastia Campari, ormai completamente estinta. Oggi, ai tempi del Made in Italy fatto a pezzi

e comprato un tanto al chilo dai grandi gruppi stranieri, l’azienda con quartier generale a Sesto San Giovanni, è una specie di mosca bianca. Da vent’anni a questa parte infatti qui si compra, altro che vendere. Il primo marchio a finire in portafoglio è stato Crodino ma, non soddisfatto, il management ha pensato che era il caso di diversificare il business.Quindi si è preso nell’ordine Cynar, Biancosarti, Cinzano, Zedda Piras, Aperol, Riccadonna, Skyy. Dagli aperitivi agli spirits, dai vini ai soft drink, fino alla quotazione in Borsa e all’operazione più ambiziosa: l’acquisizione dello storico marchio di bourbon Wild Turkey e lo sbarco sul mercato Usa. L’ultimo acquisto, dell’aprile scorso, é il brand Averna, uno degli amari più celebri sul mercato. Oggi della galassia Davide Campari Spa con le sue controllate del Gruppo Campari, fanno parte 50 marchi con 190 paesi distribuiti in tutto il globo. L’azienda che nasceva 154 anni fa in uno sgabuzzino sotto la Galleria, col proposito di vendere liquori e distillati ai milanesi, oggi, in sostanza, è il sesto player al mondo del settore. Davanti a lui ci sono solo colossi come Diageo, Pernod Ricard, Bacardi. Eh sì: da lassù, Gaspare e suo figlio Davide possono essere più che soddisfatti.

 

  

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